TOWARDS AN EPISTEMOLOGY OF MEDICAL IMAGING [Tesi di dottorato]
Università degli Studi di Milano, 2015-06-09
L’obiettivo di questo lavoro è quello di contribuire allo sviluppo di un’epistemolo-gia dell’imaging medico, intendendo con questo termine sia le immagini utilizzate a fini diagnostici, sia le tecnologie che le producono. La mia tesi principale è che le tecnologie di imaging medico non si limitano a produrre immagini più o meno accurate degli organi interni e di alcuni processi fisiologici, ma piuttosto trasformano il corpo in un oggetto scientifico, operando un cambiamento profondo della sua visibilità. Gli strumenti di imaging mutano il corpo in un oggetto visivo che può essere osservato in condizioni sperimentali. A differenza del corpo reale, tale oggetto può essere archiviato, consultato, condiviso, misurato e manipolato in varie maniere. Questa tesi di fondo è accompagnata da altre due: (1) Le immagini diagnostiche, come tutte le immagini scientifiche, sono veri e propri strumenti cognitivi, strumenti epistemici integrati in un quadro teorico-pratico specifico; (2) Un’immagine che rivela l’interno dell’organismo ha significato e valore diagnostico solo nell’ambito di una specifica concettualizzazione del corpo e della malattia, di conseguenza uno studio sull’epistemologia dell’imaging medico non si potrà limitare a esaminare le immagini diagnostiche in quanto immagini, ma dovrà analizzarle anche nella loro veste di strumenti di diagnosi medica. Per questo motivo nel primo capitolo della dissertazione traccio le linee generali delle condizioni di possibilità storiche e concettuali della radiografia -- la prima tecnologia di imaging medico -- inventata nel 1895. Lo scopo è quello di comprendere quali teorie e pratiche mediche dovessero essere vigenti alla fine del XIX secolo, affinché immagini che parevano ombre del corpo interno potessero essere considerate strumenti diagnostici. La spiegazione da me proposta è che la rilevanza diagnostica della radiografia si fonda sulla concettualizzazione di corpo, malattia e diagnosi resa operativa dall’anatomia clinica già alla fine del XVIII secolo. Seguendo e supportando questa linea di ragionamento mostro che lo stetoscopio, inventato nel 1816, può essere considerato il predecessore materiale e intellettuale dell’imaging medico perché introdusse una primitiva forma di mediazione sensoriale nel campo della diagnostica e permise al medico di esplorare dall’esterno le profondità del corpo del paziente, estraendone segni di malattia. Lo stetoscopio è solo il primo di una vasta famiglia di strumenti inventati nel XIX secolo per visualizzare diversi aspetti della morfologia interna e della fisiologia del vivente. Sebbene ciascuno di questi strumenti rispondesse a specifiche necessità diagnostiche e ponesse specifici problemi epistemologici, si possono identificare alcune caratteristiche comuni: tutti avevano come obbiettivo quello di sostituire le sensazioni soggettive dei pazienti e dei medici con indici oggettivi di salute e malattia; tutti creavano registri visivi dell’interno del corpo umano che potevano essere archiviati, recuperati e condivisi da diversi medici; tutti richiedevano la creazione di un linguaggio specializzato, condiviso da una comunità medico-scientifica; tutti creavano una progressiva separazione tra il corpo del paziente e il corpo del medico. È in questo complesso scenario di pratiche, oggetti, raffigurazioni e idee che la radiografia fece la sua comparsa e acquisì la sua funzione diagnostica. Nel secondo capitolo prendo in esame la nascita della fotografia, al fine di comprendere in che modo la prima tecnologia di produzione meccanica di immagini influenzò la medicina. I principali riferimenti teorici di questo capitolo sono dati dalla semiotica di Charles Sanders Peirce, in particolare la sua classificazione dei segni in indici, icone e simboli, e dalla riflessione di Walter Benjamin sulla serie fotografica (produzione e riproduzione meccanica di un’immagine e del corpo in essa rappresentato), sull’intrinseco potenziale analitico e di dissezione della fotografia (il fotografo come chirurgo), e sull’inconscio ottico (fotografia come protesi che arricchisce e trasforma l’esperienza sensibile). Basandomi su questi autori e esaminando i lavori dei primi medici-fotografi nell’ambito della psichiatria, dermatologia, fisiologia e neurologia, mostro che le serie fotografiche raccolte in riviste mediche, manuali di studio e archivi ospedalieri produssero uno sguardo clinico in senso foucauldiano. Sostengo, inoltre, che la serie fotografica faceva parte di un più ampio apparato sperimentale che includeva il paziente, la macchina fotografica e l’osservatore il cui scopo era trasformare il corpo e la malattia in oggetti visivi che potessero essere sottoposti ad analisi scientifica. Nel terzo capitolo discuto il problema del referente invisibile, ossia analizzo i processi attraverso cui le immagini fotografiche di oggetti invisibili vengono dotate di significato. Probabilmente questo è il problema fondamentale di qualunque tipo di imaging scientifico. Quando il referente di una fotografia è invisibile, la modalità iconica di significazione non può essere messa in atto, perché nell’immagine prodotta dallo strumento (sia esso meccanico o elettronico) non possiamo riconoscere nessuna similitudine con l’oggetto rappresentato. Di fatto, potremmo dire che in questi casi l’immagine non assomiglia a nulla. Come sappiamo, dunque, se l’oggetto che vediamo nella fotografia – per esempio una cellula o una lesione tubercolare – è davvero là, e possiede davvero l’aspetto mostrato dall’immagine? Sulla scorta dell’analisi teorica sviluppata nel capitolo precedente, difendo l’idea che la visualizzazione dell’invisibile richieda una peculiare combinazione delle modalità di significazione indicale, iconica e simbolica. La mia argomentazione è costruita in opposizione al concetto di oggettività meccanica proposto da Lorraine Daston e Peter Galison. In particolare, dimostro che l’idea di oggettività meccanica come soppressione moralizzante del soggetto proposta dai due storici è una caricatura delle idee e pratiche sviluppate dagli scienziati del XIX secolo per risolvere il problema della visualizzazione dell’invisibile. La mia argomentazione si articola in tre momenti, corrispondenti all’analisi del problema dell’oggettività e della significazione delle immagini in tre diversi ambiti: microfotografia, cronofotografia e radiografia. Nel quarto capitolo affronto il problema del valore cognitivo delle immagini, sostenendo che le immagini sono strumenti epistemici (nel senso forte, non metaforico della parola strumento) e che rappresentazione e osservazione non sono mai atti puramente automatici, perché richiedono sempre una componente creativa. Come nel capitolo precedente, parte del mio discorso è una refutazione della posizione di Daston e Galison, in particolare per quanto riguarda le loro affermazioni sulla natura passiva di certe rappresentazioni visive. Secondo Daston e Galison, infatti, fino allo sviluppo delle tecnologie digitali, le immagini scientifiche erano mere ri-presentazioni [re-presentations] del mondo, miranti a copiare la natura. Con la comparsa del digitale, invece, si è passati a un’epoca in cui le immagini sono presentazioni [presentations], perché attraverso di esse l’osservatore può visualizzare l’oggetto in mutevoli forme, manipolandolo virtualmente. La mia critica a questa posizione è basata su argomenti storici e teorici. Sul piano storico mostro che i primi tentativi di creare immagini mediche manipolabili risalgono almeno al XVI secolo. Sul piano teorico, ricorrendo alla letteratura prodotta in campi così diversi come la teoria dell’arte e le neuroscienze, dimostro che la nozione di ricezione passiva di un’immagine è insostenibile, perché le immagini coinvolgono sempre l’osservatore in un atto corporeo di percezione che sollecita non solo sensazioni visive, ma anche sensazioni tattili e reazioni motorie. Inoltre, sostengo che l’enfasi posta da Daston e Galison sul nanoimaging come l’unica tecnologia che permette di manipolare l’oggetto durante la fase di produzione di un’immagine è fuorviante. Infatti, anche nei casi in cui non raggiungono le vette di sofisticazione tecnologica proprie delle nano-immagini, le immagini scientifiche sono sempre il risultato di una manipolazione dell’oggetto naturale rappresentato. Un’immagine scientifica non può essere una mera copia della natura, perché è sempre parte di una praxis sperimentale il cui obiettivo è comprendere un fenomeno naturale, non solo riprodurlo. Per corroborare questa idea analizzo alcune pratiche concrete di significazione di immagini scientifiche, prendendo in esame documenti scritti (analisi semiotica di un articolo di radiologia) e pratiche materiali (etnografia di laboratorio riguardante l’interpretazione di immagini di elettroforesi in biologia molecolare e descrizione di un caso di significazione di immagini di microscopia elettronica). Questa analisi permette di fare tre osservazioni: (1) Il processo di significazione delle immagini scientifiche è un processo distribuito; (2) Le immagini scientifiche possono essere considerate strumenti di ricerca, nel senso che scienziati e medici le manipolano in varie forme al fine di esplorare aspetti diversi del loro oggetto di studio; (3) Le immagini scientifiche vanno comprese come fenomeni artificiali controllati prodotti allo scopo di ridefinire la visibilità degli oggetti naturali. Per approfondire meglio quest’ultima idea, nel capitolo finale introduco il concetto di fenomenotecnica sviluppato da Gaston Bachelard. La nozione di fenomenotecnica non può essere applicata direttamente all’imaging medico, ma alcuni degli elementi che caratterizzano il concetto bachelardiano offrono spunti importanti per pensare l’imaging medico. Il primo di questi elementi è l’idea che per st.
diritti: info:eu-repo/semantics/openAccess
tutor: A. Pinotti
O. Pombo (Universidade de Lisboa)
PINOTTI, ANDREA
Settore M-FIL/04 - - Estetica
Settore M-FIL/02 - - Logica e Filosofia della Scienza
Settore M-STO/05 - - Storia della Scienza e delle Tecniche


Tesi di dottorato. | Lingua: Inglese. | Paese: | BID: TD16002067