BURCHI, SANDRA
Memorie di un dibattito interrotto. Il lavoro nelle riviste del femminismo italiano degli anni '70. [Tesi di dottorato]
Pisa University, 2010-04-27

Qualche anno fa analizzando le interviste con cui avevamo cercato di in-dagare le condizioni di vita e di lavoro delle donne con lavori “atipici” in tre di-verse città italiane, Milano, Lucca e Bolzano, un campione ristretto ma significa-tivo di circa 60 soggetti (avevamo lavorato con interviste in profondità sia indivi-duali che di gruppo), ci siamo accorte che alcune parole erano clamorosamente assenti dal linguaggio con cui i soggetti organizzavano la narrazione intorno al la-voro. In nessuna delle interviste compariva la parola “sfruttamento”, parola che tanto aveva segnato tutta una stagione di ricerca e richiesta di diritti. Donne che pure lamentavano difficoltà di ogni tipo, non ultima la scarsità di guadagni con-trapposta a un’enorme spesa di tempo e di sé, parlavano del proprio vivere e del proprio lavorare senza far nessun riferimento a questa categoria. Al suo posto nuove parole, prima fra tutte “investimento”, erano diventate motore del racconto. Era l’anno 2000 e si parlava ancora quasi esclusivamente di “flessibilità”. Negli anni successivi il dibattito pubblico e politico ha progressivamente abbandonato questa parola recuperando quella più antica e conflittuale di “preca-rietà”. Un’analisi delle oscillazioni e delle incertezze con cui negli ultimi anni si è parlato delle attuali forme del lavoro alternando questi due termini, flessibilità e precarietà, sarebbe rilevante per ricostruire il panorama con cui soggetti e culture diverse hanno raccontato e preformato il lavoro come tema sociale e individuale negli ultimi trenta anni. Flessibilità e precarietà nel loro scambiarsi continuo nel discorso pubblico e nel dibattito scientifico, nel loro mutare d’accento, andando di volta in volta ad indicare una condizione più complessa e mobile o più irricomponibile e instabile, segnalano entrambe la difficoltà estrema, agita o subita appunto, di fissare intorno al lavoro itinerari di continuità. Non solo, l’oscillazione di “gradimento” che si insinua nella scelta di una parola o dell’altra, segnala contesti discorsivi diversi o provenienze politiche e i-deologiche contrapposte. Non è un caso quindi che una volta misurati i primi ef-fetti del grande laboratorio post-fordista, si sia tornati a parlare di precari e preca-rietà, recuperando dal passato un vocabolo con una più alta chance rivendicativa. Chissà se oggi, le donne intervistate solo sei, sette anni fa, parlerebbero di “sfrut-tamento” o si lascerebbero andare all’ottimismo già stanco di allora con cui, insi-stendo sul proprio “investimento”, si assumevano in prima persona i costi e i ri-schi dell’invenzione di un lavoro. Qualcosa fa pensare, però, che quella rimozione fosse profonda, non una svista della memoria, ma il segno di un avvenuto passaggio d’epoca, un modo di-verso dei soggetti di pensarsi e raccontare le proprie difficoltà unito all’interiorizzazione dell’idea forse ingenua di dover fare “tutto da sé”. Questo “fare tutto da sé” ricorda la tenacia con cui le donne hanno dimostrato per decenni di voler iscrivere il lavoro nella propria identità e rendere significativa la loro pre-senza nel mercato cercando di volta in volta di adeguarsi e di modificare i tradi-zionali modelli di occupazione, rimanendo sempre in bilico nel loro situarsi in mondi retti da logiche differenti. Tenacia che, persa la possibilità di una rivendi-cazione collettiva (la cui perdita leggo nell’amnesia sullo “sfruttamento”) ha tro-vato più spesso le forme strategiche dell’adeguamento e dell’invenzione (“inve-stimento”). Pesco questo episodio dalla memoria professionale per marcare alcune e-videnze: la prima che quel “processo di individualizzazione” di cui tanto si legge nelle analisi sociologiche è stato profondamente all’opera e le sue tracce sono ben visibili nei “discorsi sul lavoro” , la seconda che c’è una soggettività femminile profondamente e contraddittoriamente implicata nella razionalità produttiva del post-fordismo. Guardare alle parole come a delle “spie” a degli “indizi”, significa guarda-re ai mondi che le producono e che le cancellano, alle culture che le inventano e a quelle che le polverizzano, alle pratiche sociali che le sostengono e che le sostitui-scono, ai miraggi e alle apparenze che le veicolano. Viene da chiedersi: oggi nei “discorsi” delle donne sul lavoro quali lin-guaggi si sovrappongono? Quali memorie e quali lessici si stratificano? Se parlare e dire di sé - producendo allo stesso tempo descrizioni e riflessioni, discorso e au-toriflessività - è un esercizio di soggettività, di quale soggettività si tratta e come guidano le parole nell’individuazione di questa soggettività? Il terreno delle trasformazioni del lavoro oggi, così attraversato da continui mutamenti, accelerazioni di passaggi e contrapposte lentezze, ha reso necessario tornare a strumenti di indagine che mettessero al centro le esperienze dei singoli e i loro “discorsi”. “Casi” particolari e ordinari hanno acquisito carattere di esem-plarità non solo per chi, con gli strumenti dell’analisi sociologica ha cercato di tracciare delle sintesi, ma anche per tutti quei soggetti, collettivi, gruppi, istituzio-ni, che hanno cercato opzioni e risposte politiche. Esperienze, come elaborazione di fatti e accadimenti, pensieri ancora provvisori e parziali, hanno cominciato a produrre riflessioni su quali rapporti ed equilibri si stanno producendo fra “nuove” forme di lavoro e identità. Le interazioni tra vita professionale e vita personale as-sumono una visibilità nuova e cruciale. La capacità di stare nelle situazioni di transizione, divenute ricorrenti, propongono ambiti di esperienza tipicamente femminili. Da sempre le donne, infatti, si sono trovate a sviluppare delle strategie, delle abilità per gestire le intermittenze tra vita personale e vita lavorativa, tra produzione e riproduzione: ma oggi tali strategie non sempre risultano efficaci e soddisfacenti per tenere insieme le esigenze personali con quelle organizzative e garantire forme di continuità pur nell’incertezza. Con quali “parole” tutto questo viene raccontato? A quali repertori lingui-stici e culturali si riferiscono le donne che parlano di sé soffermandosi sulla rela-zione con il lavoro? I movimenti che hanno dato parola alle donne, quali tracce hanno lasciato e quali sollecitazioni provocano nell’individuazione di percorsi praticabili? Il lavoro di ricerca, inteso come esercizio di lettura e ricomposizione quali categorie (ancora “parole”) può mettere in opera? Quali strumenti concettuali si possono usare e cosa diciamo quando diciamo “il lavoro delle donne”?

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Toscano, Mario Aldo
SPS/09


Tesi di dottorato. | Lingua: it. | Paese: | BID: TD20015508